Sono passati 9 mesi dalla terribile alluvione del 1° ottobre. Da quel momento, Energia Messinese ha fatto quel poco che poteva fare nei confronti delle vittime e degli sfollati. Abbiamo ricordato le vittime con fiaccolate pubbliche; abbiamo fornito loro beni di prima necessità durante l’emergenza; abbiamo cercato un lavoro a chi lo perse per colpa di quella straordinaria perturbazione. Ma uno dei nostri intenti è stato anche, nei limiti del possibile, quello di far emergere la verità quando estemporanee, incaute e comunque discutibili dichiarazioni da parte del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso identificarono erroneamente l’abusivismo come causa del disastro. Per far questo motivo abbiamo dato la parola a esperti in materia, come Franco Ortolani (Professore Ordinario di Geologia all’Università di Napoli).
A seguito di numerosi episodi di dissesto idrogeologico, in particolare nel mese di marzo, abbiamo ritenuto giusto ribadire il concetto dando spazio a un altro esperto come Enrico Foti (Prof. Ordinario di Idraulica, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale all’Università di Catania), il quale, oltre a negare l’abusivismo come causa, espone le sue proposte per quel che concerne la messa in sicurezza dei territori.
Il seguente testo è tratto da “Il Giornale dell’Ingegnere”, che ringraziamo.
Le alluvioni e le frane che continuano a interessare diverse regioni italiane portano ancora una volta drammaticamente in evidenza il problema di una efficace prevenzione e protezione dei centri urbani dal rischio idraulico, ossia dal rischio di eventi calamitosi riconducibili agli effetti prodotti dall’azione dell’acqua sul territorio, quali esondazioni dei corsi d’acqua, colate detritiche, trasporto di materiale alluvionale, etc.
Schematicamente il rischio viene valutato come il prodotto di tre fattori, e precisamente: 1) la pericolosità, cioè la probabilità che si verifichi un evento calamitoso; 2) la vulnerabilità, ossia la capacità di resistenza alle sollecitazioni prodotte dall’evento; 3) il valore degli elementi esposti a rischio, ossia persone, proprietà, attività economiche, ma anche beni ambientali, presenti nella zona interessata dall’evento calamitoso.
La mitigazione di detto rischio può in parte essere affidata ad adeguati strumenti di pianificazione territoriale. Al riguardo si ricorda che la normativa vigente in materia di difesa del suolo, ed in particolare la Legge 267/98, nota come Legge Sarno, impone la perimetrazione delle aree “a rischio idrogeologico”, come viene impropriamente identificato il rischio idraulico e il rischio da frane, nell’ambito dei Piani stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.).
In effetti, la corretta mappatura delle zone a rischio idraulico rappresenta l’elemento chiave per la protezione idraulica del territorio; tuttavia oggi essa si rivela spesso carente, soprattutto con riguardo ai piccoli bacini (possono considerarsi tali quelli estesi al più di una decina di km2), generalmente trascurati rispetto a quelli maggiori, sui quali in passato si sono concentrati la maggior parte degli studi e degli interventi. E ciò nonostante il fatto che oggi in caso di alluvioni o di frane si registri il maggior numero di perdite di vite umane e di danni proprio dei piccoli bacini. Detti bacini, infatti, presentano un comportamento idraulico peculiare a causa di alcune criticità che, in occasione di eventi meteorologici estremi, aumentano la vulnerabilità dei beni esposti. Tra queste criticità si rilevano, in particolare, i ridotti tempo di corrivazione, che riducono l’efficacia dei sistemi di monitoraggio e di allerta della popolazione, e l’impulsività della risposta idraulica, principalmente dovuta alle elevate pendenze usualmente in gioco e alla notevole incidenza delle superfici impermeabili. Tali caratteristiche rendono i modelli idrologici e idraulici attualmente disponibili, e per lo più sviluppati per i grandi bacini idrografici, poco efficaci. Ciò comporta nella pratica una valutazione del rischio spesso basata su un’anamnesi storica degli eventi, cui è velleitario associare un qualunque significato statistico.
Emblematico è il caso dell’alluvione che il 1° ottobre 2009 ha colpito i comuni di Itala, Messina e Scaletta Zanclea del messinese, provocando un totale di 37 vittime, numerosi feriti, ingenti danni ad infrastrutture di trasporto nonché ad edifici pubblici e privati. I bacini idrografici che sono stati interessati dal citato evento calamitoso risultano, infatti, localizzati in una stretta fascia di territorio che si affaccia sullo Ionio. In detta zona, la presenza dei Peloritani, prospicienti sulla costa, da cui originano detti bacini, determina elevatissime pendenze e modeste estensioni (superfici quasi sempre inferiori ai 15 km2). Essi inoltre sono caratterizzati da terreni metamorfici facilmente erodibili, anche per la natura semi-arida del clima che favorisce piogge intense solo in alcuni brevi periodi dell’anno.
Nonostante la rappresentata complessa orografia, essi sono fortemente antropizzati, soprattutto nelle ristrette fasce costiere, peraltro attraversate da numerose infrastrutture lineari di trasporto (strade, autostrade e ferrovie) che hanno ulteriormente inciso sullo sviluppo urbanistico dei centri abitati in oggetto. Sebbene le analisi preliminari sembrino indicare che l’evento pluviometrico del 1° ottobre, che ha provocato l’esondazione di numerosi corsi d’acqua, numerosissimi eventi franosi e colate di fango e di detriti miste ad acqua, abbia avuto carattere di eccezionalità, tuttavia gli effetti del suolo di tale evento hanno messo in luce alcune delle sopra citate criticità nonché alcune cause predisponenti degli ingenti danni di natura antropica.
Con riguardo al profilo delle criticità dei piccoli bacini, come sopra indicate, nel caso in esame bisogna ulteriormente rilevare che le numerosissime colate detritiche sono state altresì favorite dal fatto che l’erodibilità dei suoli è risultata notevolmente accresciuta per effetto di un diffuso abbandono dei territori e delle colture e, almeno parzialmente, per effetto di numerosi incendi che nelle ultime stagioni estive hanno interessato dette aree.
Per quanto concerne le ulteriori cause predisponenti di natura antropica, pur dovendosi escludere del tutto cause comunque riferibili a pratiche di abusivismo edilizio, si è storicamente rilevato uno sviluppo del territorio piuttosto “disordinato” dal punto di vista idraulico, che ha prodotto una diffusa commistione di “funzioni”: non di rado, infatti, i torrenti sono diventati vie di accesso o vere e proprie vie di comunicazione, spesso, peraltro, prive di adeguate opere idrauliche di regimentazione e di smaltimento delle acque. Ma v’è di più: tale disordinato sviluppo non è per nulla stato contenuto nemmeno dalla realizzazione di opere di deflusso, anch’essa avvenuta in modo disordinato e incurante dei conseguenti effetti su scala di bacino. Al riguardo si pensi agli attraversamenti delle infrastrutture lineari di trasporto progettati per smaltire esclusivamente portate liquide e soprattutto caratterizzati da sezioni trasversali sempre più piccole da monte verso valle.
Infine, circostanza non meno importante, si è anche rilevata una scarsa sensibilità della popolazione ai problemi connessi al rischio idraulico e di frana. Non vi è dubbio, infatti, che l’utilizzazione di attraversamenti a guado quali vie d’accesso a diversi edifici privati; la realizzazione negli impluvi di numerosissime vasche per l’irrigazione, anche di grandi dimensioni, che hanno ceduto durante l’evento; l’ostruzione di tombinature a causa di auto o altri mezzi ivi parcheggiati; abbiano esaltato gli effetti dell’evento.
L’ipotesi iniziale della delocalizzazione generalizzata dei centri abitati maggiormente colpiti dall’evento è stata subito abbandonata per diversi motivi sia di natura tecnica che sociale. L’abbandono degli abitati, infatti, avrebbe comportato gravi ripercussioni sugli stili di vita della popolazione, già profondamente provata dall’evento e, cosa non meno importante, sull’ambiente per molteplici questioni: ulteriore abbandono delle campagne; utilizzo di spazi necessari alle nuove edificazioni; definitivo degrado del patrimonio edilizio e storico cui le popolazioni sono legate da profondo retaggio storico-culturale. Inoltre, deve considerarsi che la gran parte del territorio della provincia di Messina, come peraltro rilevato sin dall’inizio dai consulenti designati dal Commissario Delegato per l’emergenza, che hanno ritenuto ragionevolmente possibile il rientro parziale delle popolazioni in aree a modesto rischio residuo, e come drammaticamente si sta constatando in questi giorni, è caratterizzato da estrema vulnerabilità idrogeologica, che rende notevolmente difficoltosa se non impossibile l’individuazione di eventuali aree sicure e relativamente vicine, dove poter effettuare delocalizzazioni.
Si è quindi deciso di intervenire sinergicamente sui diversi fattori che compongono il rischio, al fine di garantire una efficace messa in sicurezza delle zone colpite, minimizzando gli impatti sulla popolazione e sull’ambiente.
Assumendo l’evento pluviometrico come forzante, è evidente che è impossibile intervenire sulla pericolosità. Risulta invece possibile, ed è già in atto, l’intervento su altri fattori di rischio. In particolare, si prevede di ottenere la riduzione della vulnerabilità con interventi volti a stabilizzare i versanti e a sistemare idraulicamente i corsi d’acqua e gli impluvi minori: il problema delle interferenze delle infrastrutture lineari di trasporto con la rete idrografica sarà affrontato in maniera unitaria su scala di bacino. Inoltre, la riduzione della vulnerabilità dovrà essere perseguita anche attraverso lo sviluppo di un adeguato sistema di monitoraggio, di allerta e di educazione della popolazione alla gestione dell’evento, in modo tale che non solo venga tempestivamente avvisata detta popolazione alla gestione dell’evento, in modo tale che non solo venga tempestivamente avvisata detta popolazione sul pericolo imminente di un evento alluvionale potenzialmente catastrofico, ma che vengano attuati comportamenti che neutralizzino ulteriori cause predisponenti e favoriscano la gestione dell’emergenza. Infine, la riduzione del valore degli elementi esposti potrà avvenire sulla base di considerazioni geomorfologiche, idrauliche e geotecniche, così come già fatto, mediante l’individuazione selettiva di edifici pubblici e privati da demolire e delocalizzare in aree più sicure.
A fronte delle superiori considerazioni, i tre comuni maggiormente colpiti dall’alluvione del 1° ottobre 2009, con costi e perdite elevatissimi, sono oggi oggetto di attenzione e di interventi di mitigazione del rischio idraulico che, certamente, renderanno i luoghi più sicuri. Resta tuttavia il timore che numerosi altri siti, verosimilmente caratterizzati da analoghe situazioni orografiche e/o da simili sviluppi urbanistici come quelli sopra sinteticamente descritti, possano essere soggetti a rischio idraulico elevato e che pertanto un’effettiva azione di prevenzione e protezione da tale rischio in Italia presupponga adeguati investimenti sia in termini di studi qualificati, sia in termini legislativi, nonché, infine, di risorse economiche.