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  • gennaio 5th, 2010

    Continua il Cineforum di Energia Messinese!!

    Mercoledì 13 gennaio 2010

    Salone della Chiesa di Porto Salvo – ore 21.15

    INGRESSO GRATUITO

    Secondo film: “LUCKY LUCIANO”.

    Energia Messinese continua nella sua attività di promozione culturale con l’iniziativa del cineforum “Misteri d’Italia” che ha l’obbiettivo di incuriosire, informare, spingere alla conoscenza su alcuni dei più ambigui, misteriosi e inrisolti casi della storia del nostro paese. Le proiezioni sono totalmente gratuite.

    Questa settimana: Lucky Luciano di Francesco Rosi e con Gian Maria Volontè.

    Con Lucky Luciano, Francesco Rosi, uno degli autori più seri e di maggior prestigio del cinema italiano, continua quel suo meditato discorso sul potere e sui rapporti fra potere legale e potere illegale avviato fin dai tempi ormai lontani della Sfida e dei Magliari. In quei due film il discorso si rivolgeva soprattutto ai “rapporti fra grandi e piccoli camorristi napoletani, in Italia e all’estero”; in seguito, con Salvatore Giuliano, si estese a quelli fra un bandito e quanti lo trasformavano in strumento di potere personale; e così in Mani sulla città in cui si denunciava il potere messo al servizio della speculazione edilizia; e così, soprattutto, nel Caso Mattei, il cui protagonista soccombeva “per aver tentato di sostituire il potere nazionale (e personale) a quello internazionale” In Lucky Luciano il discorso si fa più vasto e, se possibile, anche più complesso. Il tema, infatti, per esplicita affermazione dell’autore sono “i torbidi rapporti che legano i vertici del potere legale con quelli del potere illegale” mettendo a confronto, da una parte, la ‘più ricca potenza economica del mondo “, quella americana, e dall’altra “l’organizzazione del crimine più forte e meglio organizzata: la mafia”
    Come ha svolto, Francesco Rosi, questo tema? Prendendo lo spunto da un personaggio fra i meno definibili e più complicati della mafia internazionale, quel Lucky Luciano che, considerato per anni il “boss dei boss” del sindacato del crimine, espulso nel 1946 dagli Stati Uniti, visse in Italia una ventina d’anni conducendovi una vita in apparenza tranquilla, ma reggendo probabilmente le fila del traffico mondiale della droga; in modo così astuto, comunque, e così cauto che a tutt’oggi non è neanche certo che la morte per infarto all’aeroporto di Napoli gli abbia evitato di essere finalmente colto con le mani nel sacco da una imponente mobilitazione di polizia.
    All’autore, però, più che le prove della colpevolezza di Luciano, interessa il “personaggio” e, soprattutto, interessano i rapporti dell’organizzazione criminale, che era sospettato di dirigere, con quelle strutture ufficiali che, specialmente negli Stati Uniti, avevano l’aria di sostenerla almeno in modo implicito, indiretto.
    Per costruire il personaggio, per dar vita a questi rapporti, con la sua consueta strategia narrativa in equilibrio fra realtà, cinema-verità, romanzo, Rosi si è, per prima cosa, attenuto ai fatti, specie se documentati e documentabili, e questi fatti ha distribuito lungo tutto un racconto ad incastro che, pur avendo quasi sempre al centro la figura di Luciano, punta soprattutto sulle cause e sugli effetti delle vicende personali e pubbliche, nazionali e internazionali che la coinvolgono. Queste cause e questi effetti sono espressi non solo con il rigore esplicito della cronaca, ma con la ricchezza di un impegno chiarificatore che spiega ed interpreta gli eventi alla luce di un preciso disegno dimostrativo e soggettivo. La figura di Luciano, invece, obbedisce ad un criterio opposto, decisamente oggettivo, costruendosi come quei personaggi del nouveau roman di cui l’école du regard mostra solo l’aspetto esteriore, le azioni, i gesti, ma non l’animo, le ragioni morali e psicologiche, le intenzioni, i pensieri.
    Con risultati di indubbia efficacia narrativa e del tutto insoliti in un’epoca come questa in cui dall’arte dello spettacolo il pubblico è avvezzo a pretendere le imbeccate più scoperte, insieme con le indicazioni esatte dei luoghi e delle persone dove sta il bene e dove sta il male. Per un verso, così, seguiamo l’enunciazione cronistica, ma sempre drammatica, di quel piano internazionale del crimine che, puntellandosi qua e là anche ai pubblici poteri, trascina il mondo, a scopo di lucro, fra le spire della droga, per un altro verso, contempliamo (a distanza, anche quando gli siamo condotti vicini) la vita borghesissima e i movimenti in apparenza del tutto normali di quell’uomo tranquillo dallo sguardo triste che da Napoli, con una donna incolore al suo fianco e un cagnolino microscopico in braccio, dirige o dirigerebbe questo immenso impero del crimine.
    La suggestione, però, non nasce solo da questo contrasto, nasce anche e soprattutto dall’abilità con cui Rosi, pur avendo l’aria di dire “tutto” con i fatti che espone (i fatti pubblici, ma anche quelli del personaggio), volutamente non dice nulla da solo, esigendo invece che lo spettatore dica, senta, valuti insieme con lui, facendosi attivamente coinvolgere in un clima drammatico che, suscitando le sue reazioni, provocando i suoi pareri, lo fa autore con l’autore.
    Questa partecipazione, a buon diritto pretesa da un’opera che, pur con le documentazioni che esibisce, è e vuole essere “aperta”, induce facilmente a superare quelle che, in un film tradizionale, potrebbero essere considerate delle mende, delle lacune: lo spazio eccessivo, rispetto ai nodi principali dell’azione, riservato a questa o a quella vicenda secondaria, i caratteri appena sbozzati di alcuni personaggi di contorno (facce della cronaca e non figure da intreccio psicologico), il riserbo, anzi, addirittura la mancanza di calore, nell’enunciato polemico, l’assenza di uno scontro di tipo convenzionale persino nella lotta tra Luciano e Charles Siragusa, il poliziotto americano del Narcotics Bureau, suo avversario per vent’anni. Quello che conta, infatti, nel film, e che si impone, è il disegno di quella logica criminosa fatto scaturire dall’analisi e dallo studio della mafia italo-americana, passata ai raggi X di un’indagine severa che rinnega le mitizzazioni del Padrino, ed è, al centro di questa indagine, la ricostruzione, in apparenza solo dall’esterno, del personaggio di colui che probabilmente fu un “super-padrino”, affidato al pubblico quasi come un giudice lo affiderebbe ad una giuria popolane: per un verdetto da emettersi in base agli indizi, forse più schiaccianti di prove autentiche, portati avanti tra le pieghe di un racconto che fonde l’imparzialità del documento alla passione del romanzo.
    Concorre ad accreditare con successo questa cifra l’interpretazione di Gian Maria Volonté che, per il personaggio di Luciano, è riuscito a trovare, con inedite e sottili sfumature mimiche, le note volutamente meno definite e scoperte, fasciandole di una costante, segreta ambiguità che, rispecchiando fedelmente la formula oggettiva perseguita dal regista, ottiene in più momenti effetti di gran lunga superiori a quelli che avrebbe ottenuto una soggettivizzazione; specie quando lascia sospettare, dietro i toni schivi e dimessi del protagonista, un cinismo spietato che niente potrebbe attenuare.
    La fotografia a colori di Pasqualino de Santis (cui già si debbono Romeo e Giulietta, La caduta degli dei, Morte a Venezia) si adegua perfettamente all’intenzione dell’autore di far scaturire identiche emozioni dalla realtà, dal cinema-verità e dal romanzo e diffonde così su tutto il racconto, in modo compatto e omogeneo, un’atmosfera rarefatta e impalpabile dove la cronaca, pur restando tale, acquista il sapore di una invenzione in cui il dato autentico, sublimandosi in lirismo, precisa meglio, attraverso l’interpretazione pittorica, i suoi contorni netti e dal vero. Con una tecnica, una ricchezza cromatica, un’acutezza di ispirazioni visive certamente esemplari.

    Per ulteriori info, potete scrivere al nostro indirizzo:

    info@energiamessinese.it

    oppure confermare la vostra adesione su Facebook:

    http://www.facebook.com/home.php?#/event.php?eid=237108813255&ref=ts

    Vi aspettiamo numerosi!

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